Il convento di San Francesco

I francescani a Persiceto

L’ordine dei francescani s'insediò a San Giovanni in Persiceto nel XIII secolo, come attestato da diversi documenti d'archivio. Ben presto i frati si conquistarono la stima della popolazione e grazie ai lasciti di vari donatori nella seconda metà del secolo edificarono una chiesa con annesso convento. Il complesso era allora situato al di fuori della cerchia del castello e solo all’inizio del XIV secolo fu compreso all’interno dei fossati e venne fortificato.

Nel 1489 la chiesa balzò agli onori della cronaca per la presenza nella sua cappella maggiore di una immagine miracolosa della Beata Vergine: durante le celebrazioni il velo che ricopriva il volto della Madonna fu visto alzarsi varie volte, mostrandone il volto. Le cronache riportano di molte guarigioni miracolose e di migliaia di pellegrini accorsi da tutta la provincia. L’evento contribuì a riempire le casse del monastero tanto da consentire nuovi lavori di ampliamento.

L’eco del miracolo si affievolì presto, ma rimase un profondo legame tra la comunità locale e il convento. Nel 1633, ad esempio, minacciato di soppressione per insufficienza di fondi, il convento chiese sostegno alla comunità persicetana, che prontamente avanzò un ricorso al Pontefice affinché il convento fosse conservato e contribuì con una donazione. Nello stesso anno il pittore Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, fu incaricato di realizzare la tela “San Francesco riceve le stimmate” che fu poi collocata sull’altare della Cappella del Santo Cordone, costruita nello stesso anno. Attualmente la pala d’altare è conservata nella chiesa di San Giovanni Battista a Campello Monti (Verbania), restaurata dopo una serie di vicende tortuose: sottratta da Persiceto tra il XVIII e il XIX secolo, non si sa se trafugata, venduta o nascosta, finisce nelle mani di un antiquario torinese che nel 1895 la dona a Campello Monti. Nel 1973 l’opera viene rubata e ritrovata solo nel 1998.

Alterne fortune tra ‘700 e ‘800

Nel ‘700 fu completato un porticato che univa il convento al centro cittadino, rendendo più agevole l’ingresso in chiesa. Sulle pareti delle arcate vennero dipinte le effigie dei personaggi più illustri dell’ordine francescano, cancellate poi da interventi successivi. Nel 1709 i frati si trovarono nuovamente in gravi difficoltà economiche e furono costretti a vendere un San Sebastiano del celebre Tiziano per sole 360 lire.

A metà del ‘700 la chiesa ormai pericolante fu ricostruita e successivamente venne riedificato il convento e restaurato il portico. Dopo pochi anni però, con l’avvento dell’effimera dominazione napoleonica in Italia, ne fu decretata la soppressione. Il convento fu adibito a caserma e in parte ad abitazione. Nel 1822, con il ritorno del governo pontificio, la chiesa, restaurata ed abbellita, tornò ai frati. Con il Regno d’Italia, però, il convento fu ancora una volta soppresso e, insieme alla chiesa sconsacrata, divenne definitivamente di proprietà del Comune.

L’affresco ritrovato

Se l’antica chiesa di San Francesco, edificata nel XIII secolo, era contraddistinta dallo stile gotico allora in voga, la nuova costruzione settecentesca fu caratterizzata da forme doriche. La chiesa,  progettata dall’architetto bolognese Alfonso Torreggiani (1682-1764), era considerata tra le più belle e maestose della città. L’interno presenta un’unica navata con sei altari laterali. La zona presbiteriale è coperta da una cupola con pennacchi abbelliti da decorazioni in stucco. Al centro della facciata monocuspidata, un’ampia finestra rettangolare sormonta il portale. 

Il chiostro risale alla fine del ‘400. Nell’antico refettorio del convento, durante i lavori di ristrutturazione nel 1995, è venuto alla luce un grande affresco raffigurante l’Ultima cena. Si tratta di un’opera di grandi dimensioni (oltre 6 metri di lunghezza) databile con tutta probabilità tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600. L’affresco presenta stilemi volutamente tradizionali abbinati ad una relativa assenza di tensione; si ritiene che l’artista abbia voluto con un’opera fortemente collegata al passato rispondere ai fermenti generati dalla riforma protestante. Elementi tradizionali sono la solennità degli apostoli, in posa rigida e statuaria, i numerosi riferimenti simbolici all’eucarestia, ma anche l’attenuazione dell’elemento prospettico in voga nel ‘500. Il dipinto poi presenta caratteri stilistici e cromatici che rimandano a modelli veneti (il primo Tintoretto) ed orientaleggianti. Il dipinto è giunto intatto sino a noi grazie ad un’intercapedine che lo proteggeva.

Il complesso conventuale ai giorni nostri

Oggi lo stabile conventuale accoglie una scuola elementare e la sezione di fisica del Museo del Cielo e della Terra (uno spazio didattico-interattivo dedicato agli studenti delle scuole elementari e medie). Per il resto, gli unici ambienti accessibili al pubblico sono il refettorio del convento e l’annesso chiostro,  mentre la chiesa è in attesa di essere restaurata e destinata a spazio espositivo/culturale. Nel frattempo, già da anni il chiostro viene utilizzato per ospitare diverse iniziative culturali e la sala dell’Ultima Cena viene invece utilizzata per convegni e incontri pubblici.

 

Ultima modifica 31/05/2010 17:07

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