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“Una zitè in dialàtt”: un progetto di riscoperta dei toponimi in dialetto

Intervista integrale a Roberto Serra - Altrepagine n. 4/2017

Vicolo AlbiroliIl Comune di Persiceto ha partecipato ad un bando promosso dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna per la salvaguardia e valorizzazione dei dialetti della nostra regione. Il progetto, presentato dal Comune e ammesso al finanziamento, si intitola “Una zitè in dialàtt: ricerca sui toponimi in dialetto e esposizione sul territorio”.

Nell’ambito del bando, nato sulle direttive della Legge Regionale “Salvaguardia e valorizzazione dei dialetti dell’Emilia Romagna” (n.16/2014), sono pervenuti all’Ibc ben 48 progetti sul dialetto, provenienti da tutto il territorio regionale, candidati all’assegnazione del finanziamento: il Comitato Scientifico, istituito dalla Regione e formato da studiosi ed esperti, ha riconosciuto il grande valore del progetto presentato dal Comune, assegnandogli il primo posto in graduatoria.
In seguito all’ammissione a finanziamento del progetto, il Comune è passato alla fase operativa. La catalogazione ed il rilancio dei toponimi tradizionali in dialetto del territorio persicetano riguarderà in particolare alcune strade del centro storico e della campagna ma anche frazioni e borgate, corsi d’acqua, canali e monumenti. Il tutto sotto la supervisione del coordinatore scientifico Roberto Serra, persicetano che si occupa dell'approfondimento linguistico del dialetto bolognese della città e della provincia, in un'ottica di tutela e di rilancio socio-culturale. Dal 2001 Roberto, detto Bertéin, è “profesòur” del Corso di Bolognese, ha recitato in numerose produzioni teatrali ed è autore di diversi volumi sul dialetto; è inoltre membro del Comitato Scientifico Regionale sui dialetti, ma si è astenuto dalla votazione del progetto del Comune in quanto coinvolto in esso. A lui abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio i contenuti e la modalità di attuazione del progetto.

Il progetto si articola in due fasi: la prima è una ricerca condotta tra un campione di anziani madrelingua persicetani, finalizzata a trovare il nome in dialetto di tutte le strade storiche, località, corsi d’acqua, monumenti. Come è stata condotta questa fase e con quali risultati?
“Sin dall’inizio mi sono posto l’obiettivo di trovare i toponimi e gli odonimi (nomi di luogo e nomi di strade) usati correntemente dalla popolazione e che per la generalità dei persicetani fossero ancora oggi identificativi dei nostri luoghi, evitando occasionalismi e forme limitate a cerchie ristrette. Dapprima ho catalogato i nomi a me noti, ho poi consultato le fonti scritte disponibili e le mappe storiche. Realizzata così una base di partenza per la ricerca, mi sono concentrato sulla gente, selezionando un campione di parlanti qualificati, madrelingua persicetani del paese e delle diverse località della campagna, privilegiando i più anziani in quanto meno influenzati dall’italiano. Ho trovato tanti compaesani che hanno risposto alle mie domande incalzanti e ripetitive con grande pazienza ed amore per la nostra terra: le telefonate agli orari più improbabili hanno sempre trovato nell’interlocutore passione ed una sorta di orgoglio nel collaborare a questa importante ricerca. Un ringraziamento particolare va all’amico Ezio Scagliarini, che ha subito accettato di diventare il referente per la Ciṡanôva (San Matteo della Decima), svolgendo un prezioso lavoro di ricerca in tutta la zona”.

La seconda fase riguarda il rilancio e diffusione tra la popolazione dei toponimi tradizionali, tramite esposizione di targhe o pannelli che riportano i nomi delle strade, nel centro storico, ed i nomi delle frazioni. Quindi materialmente cosa accadrà sul territorio?
“Come si desume dal nome, l’intento del progetto è quello di esporre i toponimi e gli odonimi tradizionali, creando appunto una “zitè in dialàtt”: la nostra lingua locale avrà visibilità sul territorio in un contesto alto, il che contribuirà a rivalutarne l’immagine tra la popolazione, sdoganandola dagli ambiti in cui solitamente è utilizzata. Considerate le risorse a disposizione, abbiamo scelto di creare un itinerario tutto in dialetto nel centro storico di Persiceto, esponendo targhe ceramiche con i nomi delle strade: il persicetano o il turista che percorra il paese da porta a porta sarà accompagnato dagli affascinanti Strè Masstra, Strè dal Tòchi, Cuntrè dal Giâz, Tigrâi ecc., “battezzando” le strade con nomi evocativi che contribuiranno a dare un’anima alle pietre antiche. All’ingresso del capoluogo e delle frazioni, poi, saranno esposti i nomi tradizionali della località, così che ogni ingresso sia per i persicetani un “ritorno a casa”. L’elenco completo dei toponimi in dialetto è in corso di pubblicazione sul sito web del Comune, in modo che sia a disposizione dei cittadini: la speranza è che in futuro tutte le strade della campagna e delle frazioni possano vedere esposto il proprio nome tradizionale. A tal proposito, nei mesi scorsi la Consulta di San Matteo della Decima ha approvato all’unanimità la proposta di ampliare il progetto esponendo anche i nomi in dialetto delle borgate e dei luoghi d’interesse decimini, tramite raccolta di fondi ed il contributo di privati: spero che questo diventi un precedente virtuoso che possa essere imitato nelle altre zone del nostro territorio”.

I toponimi spesso nascono dalla cultura e dall’identità di un luogo, quelli dialettali cosa ci raccontano di Persiceto?
“I toponimi tradizionali sono scrigni preziosi che racchiudono l’amore per la propria terra, il legame intimo di un popolo coi luoghi in cui vive. Spesso la loro origine è l’uso spontaneo della gente: chi vive la quotidianità del paesaggio, lo rende parte della costruzione identitaria della comunità. I toponimi in dialetto sono quindi i resti di un legame atavico della popolazione con il territorio e la sua anima più profonda: ci raccontano di un’epoca in cui la gente viveva in simbiosi con la natura, camminando scalza in campagna, facendo il bagno e andando a pesca nei canali e nei maceri, scandendo il proprio tempo con i ritmi cadenzati delle stagioni ed i rituali tramandati da secoli. Tramandare i toponimi tradizionali in dialetto significa dare continuità alla storia, dall’antichità ai giorni nostri: basti pensare a I Gargnàn (lat. Fundus Grenianus), toponimo di epoca romana che identifica l’area compresa tra Tivoli ed il confine con Sant’Agata, dal nome dell’antico colono (questo toponimo, come tanti altri, è assente dalla cartografia e rischia dunque la scomparsa)”.

Quali sono i toponimi più eloquenti e divertenti che hai scoperto durante le tue ricerche?
In paese muove sempre il sorriso il famoso Sfreigatàtt, cioè vicolo Albiroli. Nella lapide all’inizio della strada, recante il nome antico, si legge “Fregatetti”: in realtà, se ci si riferisse davvero ai “tetti” il nome sarebbe “sfreigacópp”, mentre “tatt” in bolognese significa qualcos’altro... Si tratta, insomma, di un errore di traduzione (forse non del tutto involontario) del nome originale: ciò è confermato dalla toponomastica ufficiale di Bologna, dove c’erano diverse strade che portavano questo nome (p. es. “Fregatette della Nosadella”, oggi via del Fossato, “Fregatette di Strada Castiglione”, oggi vicolo Monticelli) o di Modena, dove c’era “Vicolo Fregatette”. Insomma, forse i bolognesi e i modenesi accondiscendevano meno ai falsi pudori... chiamando le strade con il loro vero nome! Sono affascinanti gli odonimi che ci riportano indietro nel tempo, facendo riferimento alle Fosse, come la Strè dal Fòsi (via del Fossato), la Rîva ed Sòuvar (via Ungarelli), la Rîva (via della Rocca) o prendendo il nome dalle osterie, come la Strè dal Tòchi (via Mazzini), la Strè dal Canòun (via D’Azeglio), la Strè dal Gamèli (via Marconi). Curioso è poi un caso di “bilinguismo”: a Tivoli, infatti, convivono i nomi Tajévval e Taîval, il primo prevalente tra gli anziani del borgo ed in continuum con l’area di Castelfranco, mentre il secondo più diffuso a San Giovanni. Non siamo purtroppo ancora riusciti a trovare il nome autentico di via Farini: ma non abbiamo perso la speranza!”

Che impatto pensi potrà avere il progetto sulle fasce di popolazione più lontane al mondo dialettale? Chi ad esempio non conosce e non frequenta il dialetto persicetano per generazione o per cultura - come i bambini, i giovani o gli stranieri - come pensi si avvicinerà a queste targhe?
“Quando si va in vacanza nelle Dolomiti, i nomi in ladino sono evocativi per i locali ed affascinanti per i turisti, che anche tramite quelli avvertono il genius loci, l’anima dei luoghi. È difficile che i giovani ed i nuovi arrivati siano ammaliati da un paese anonimo, culturalmente piatto e vuoto: al contrario, un paese che abbia un “gusto” tutto suo, con una propria storia millenaria, tradizioni radicate, una lingua locale, una gastronomia tipica, incuriosisce ed invoglia a diventarne parte integrante. Nelle tante passeggiate in dialetto ai ò ṡguazè (mi sono compiaciuto) vedendo le espressioni interessate e sognanti dei persicetani acquisiti, mentre parlavo della Cuntrè dal Giâz, di Furzî, di Dû Pónt (di via Rambelli, dei Forcelli, della Sotterranea del Carletto). L’esposizione delle targhe con i toponimi tradizionali in dialetto, proprio nei luoghi cui i nomi si riferiscono, li farà conoscere in ottica inclusiva ai giovani ed ai nuovi abitanti del paese, che anche tramite essi potranno creare un legame emotivo con il territorio in cui vivono: i luoghi acquistano un’anima e vengono percepiti come propri. Conservare e tramandare i toponimi in dialetto significa proiettare nel futuro quella cultura orale che ha costituito l’identità della nostra terra, rafforzando la continuità del tessuto sociale ed il senso di appartenenza ad un paese con punti di riferimento condivisi, come una vera comunità. Salvare la toponomastica tradizionale costituisce poi un tassello importante in quella rivalutazione sempre più impetuosa della nostra lingua locale: addirittura l’Unesco, nel suo “Atlante delle lingue in pericolo” riconosce l’emiliano come lingua autonoma rispetto all’italiano ed in pericolo! I persicetani lo sanno bene e dimostrano l’amore per la loro lingua partecipando in massa agli eventi ed appoggiando le iniziative che mirano alla sua tutela e rivalutazione. Da ora in poi, tornando a casa da un viaggio, ci sarà ancora più soddisfazione nel pronunciare all’ingresso del paese: “Oh, finalmèint a sèin arivê a San Żvân, o ala Ciṡanôva!”.

Ultima modifica 22/12/2017 09:55

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